Secondo Wikipedia il termine sinistra può avere diversi significati, tra questi “la sinistra può essere una direzione relativa opposta alla destra e corrisponde al lato del corpo umano in cui ha sede il cuore” oppure “un termine generico per indicare uno schieramento politico di orientamento progressista.”
Dunque perché utilizzare un termine generico, sostanzialmente geografico, per definirci? Semplicemente per la sua riconoscibilità post-identitaria, per il suo chiaro senso (nell’accezione simbolica) politico.
Le elezioni europee dello scorso 6 e 7 giugno segnano, a nostro avviso, un punto di non ritorno: non sono soltanto i soggetti politici della sinistra e del centro sinistra a subire un tracollo, sono intere culture (quella socialdemocratica, quella socialista, quella comunista), le stesse che sono risultate egemoni nel corso del 900, ad uscire sconfitte.
In questa crisi culturale che attraversa e sconvolge l’Europa, ed il nostro paese in modo ancora più significativo, la perdita dei riferimenti ideologici porta con il sé il declino delle relazioni: il mondo che il neo-liberismo vincente ci consegna è un mondo che ha innanzitutto annichilito il concetto di società.
Quella società dell’ordine e della certezza cara a Michel Foucault, tramonta con l’era della modernità, e lascia il posto ad un binomio di paura ed endemica insicurezza: paura nei confronti dell’altro, del diverso, ma anche paura del futuro (resosi così precario) e persino di sé, della propria inadeguatezza.
Per dirla con Bauman in questa società “tutti i punti di riferimento che davano solidità al mondo e favorivano la logica nella selezione delle strategie di vita (i posti di lavoro, le capacità, i legami personali, i modelli di convenienza e decoro, i concetti di salute e malattia, i valori che si pensava andassero coltivati e i modi collaudati per farlo), tutti questi e molti altri punti di riferimento un tempo stabili sembrano in piena trasformazione. Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno. Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli.”
In questo deserto sociale, fatto di competizione, si nutrono solo i drammi sociali della solitudine e della violenza, ormai assunta a paradigma del modus vivendi comune alla maggioranza del paese.
La sinistra la pretendiamo come un punto fermo, un canale di relazione, una modalità per far riverire la politica.
Oggi questa attraversa una crisi spaventosa che certo determina condizioni non favorevoli in cui operare: il berlusconismo ha invaso e colonizzato l’immaginario collettivo e la politica stessa, creando fenomeni demagogici e populistici che fanno della propria critica (fasulla) alla politica il cavallo di battaglia di alcuni soggetti politici: l’esempio primario è quello dell’Italia dei Valori, un soggetto che oggi attrae simpatie tra moltissimi elettori di sinistra grazie all’opposizione serrata (seppure becera e vuota di contenuti) al centro-destra.
Soprattutto, però, è un altro il fenomeno che mette a rischio la democrazia in questo paese: la crescita progressiva ed incessante dell’astensionismo in Italia, paese pur abituato a percentuali record di votanti, segnala un preoccupante sconforto (soprattutto tra le persone di sinistra), la comprensione di una fase in cui nessuno sa essere interprete di un desiderio di cambiamento.
Eppure quel desiderio esiste ed è comune a porzioni mondo pur differenti: negli USA si è aperta il 4 novembre 2009 una nuova era, l’elezione di Barack Obama quale presidente degli stati uniti segna in termini simbolici e non, una svolta di dimensioni inaudite: nelle mille difficoltà il primo presidente di colore nella storia di un paese occidentale sta provando a trasformare il modo stesso di vivere la politica, in quella che è, soprattutto, una strategia d’approccio differente tra essa ed il cittadino.
Male interpretando questo modo di operare una parte della sinistra italiana sembra volgere lo sguardo alle sue spalle nell’attesa di un messia, di un’Obama, di un salvatore che intraveda la strada maestra e la percorra decisamente: a nostro avviso non sarà questa la giusta via.
Un’altra parte della sinistra, contorta in un avvolgimento identitario, pare ricercare certezze nel passato di un secolo, il novecento, che per dirla con le parole di Nichi Vendola “ci è crollato addosso per intero”.
Dunque perché usare questa parola così maltrattata all’alba di un 2009 che ha consumato un altro pezzetto di questa? Forse perché riconosciamo in essa una parola comune, che per la nostra tradizione significa libertà ed emancipazione, che sa essere linguaggio dell’altro e parola di tutti, che (attraverso le parole di Marcos) è “tutto ciò che dà fastidio al potere e alle buone coscienze”.
La sinistra la pensiamo, però, non soltanto come analisi spietata della verità (che fine a se stessa altro non è che mera testimonianza e lamento per l’ineluttabile presente), ma anche come azione differente, proposizione di possibilità, spiraglio di speranza.
La crisi di questo capitalismo non sembra possedere i caratteri di una crisi definitiva ed il contesto politico così come i rapporti di forza sociali sembrano suggerire un ulteriore restringimento della potenzialità conflittuale, per altro già in discussione visto l’habitat sociale in cui si dà.
L’esigenza di immaginare e praticare un governo altro del mondo è a nostro modo incisa nel percorso che con i movimenti new global abbiamo provato a tracciare nei primi anni 2000.
Quel percorso e le forme di innovazione e sperimentazione che abbiamo praticato sono il portato culturale che come Sinistra dobbiamo portare in dote a questo paese: a cominciare dalla concezione europea della cittadinanza e di se stessa, dall’eliminazione di qualunque delimitazione politica in virtù di quel concetto moltitudinario che abbiamo sperimentato in questi anni.
Essere diversi al proprio interno ed essere differenti dalla politica: dalla politica piatta e ferma, senza ambizione di trasformazione, per perseguire ancora quella rivoluzione, che con le parole di Fausto Bertinotti, “non può essere presa del potere di sovietica memoria, ma trasformazione dello stesso.”
Costruiremo la Sinistra dunque non perché vi è un bisogno impellente della stessa: non esistono bisogni astratti iscritti nella storia dell’uomo; la costruiamo perché la riteniamo necessaria per impedire un ulteriore involuzione del Mondo, per provare concretamente a gettare le basi per uno differente.
Bourdieu ci ricordava come “la storia sociale insegna che non esiste politica sociale senza un movimento sociale che sia capace di imporla”: la necessità di ripartire dal costruire società non deve però divenire una sorta di ossessione: la necessaria e corretta costruzione di reti di sussidiarietà non deve sostituire la pratica e l’azione politica, tesa anche ad uno sforzo nel tentativo di modificare l’essenza della rappresentanza.
A nostro avviso, infatti, alla crisi della politica e della democrazia, se ne accompagna un’altra, definibile forse come crisi della partecipazione; la nostra società ha perso l’abitudine a parlare, a discutere, a ricercare soluzioni comunemente: la Sinistra oggi deve essere anche questo, spazio sociale di intercontaminazione e discussione, mezzo di relazione appunto.
In questo senso centrale è il concetto di cultura: cominciare a costruire un’altra cultura in questo paese, che esca dal binomio show-business è il dovere di chi si vede sottratta un’egemonia di pensiero dalla destra xenofoba che ci governa.
La sinistra, quindi, deve essere qualcosa che comincia dal basso e pretende di arrivare in alto, che ha l’ambizione di parlare a tutti e di imparare da ciascuno: il carattere suo fondativo è l’umiltà, perché gli sconfitti devono essere umili, oltre che ambiziosi.
La Sinistra che vogliamo deve essere, per non disperdere quel patrimonio che le grandi narrazioni dei due secoli passati ci hanno lasciato: un patrimonio di lotte e di coraggio, che ha saputo vivere e a volte vincere in uno dei secoli più atroci della storia.
Quel patrimonio deve essere innovato e rinnovato, per far vivere ancora la sinistra, ovvero quel sogno collettivo.
“Il sogno di una persona sola rimane un sogno… quello di tante persone insieme è la realtà che comincia”.





