Per Vendola
di Antonio Prete
La nostalgia per la Puglia –mia terra d’origine e di frequenti ritorni- è acuita questi giorni dal fatto che, cittadino senese come ormai sono, non posso votare alle primarie per Vendola. Cosa che, potendo, farei senza alcun dubbio e anzi con convinzione, per le ragioni che seguono. Con la scelta di Vendola, cinque anni fa, si affermava l’idea di una regione che, a partire da un cambiamento della condizione giovanile, voleva tentare il sogno, e anche, concretamente, il disegno, di una trasformazione profonda, sentendosi, allo stesso tempo, nel Mediterraneo e nell’Europa, nelle loro storie e culture e tradizioni. E per questo delineava l’immagine di una terra del Sud finalmente sottratta all’oscuro e tragico ricatto delle mafie, attenta ai problemi del lavoro e dell’occupazione giovanile, aperta all’accoglienza dello straniero, promotrice di una cultura in equilibrio tra tradizione e invenzione, tra storia e innovazione. Certo, un sogno. Che però poteva avere subito delle sue declinazioni visibili. E questo voleva dire, in concreto, scegliere con decisione i progetti di energia alternativa e rinnovabile, valorizzare i saperi esistenti, promuovere la ricerca, dare impulso a una cultura che in tutti i suoi linguaggi si misurasse allo stesso tempo con l’ascolto dell’altro e con l’interrogazione sul proprio passato, con le tradizioni locali e prossime e con quel che arrivava da lontano, da altre lingue e culture. Forme concrete di questo disegno ho avuto occasione di vedere in opera nei miei frequenti ritorni in Puglia. Come ho visto diventare realtà i parchi marini, prender forma la cura delle coste, diffondersi capillarmente una sensibilità ecologica, prima quasi del tutto estranea. E, soprattutto, diventare opinione meno rara e persino diffusa l’idea che politica e questione morale sono strettamente congiunte, e che la partecipazione alla cosa pubblica può anche poggiare sulla passione, e non sull’intrigo, sulla dedizione e non sull’interesse, sul bene pubblico e non sul tornaconto privato. Ora, domandarsi se tutto questo può continuare laddove è avviato e avere altre occasioni laddove finora è stato impedito, significa porsi una domanda politica. Oppure, a sinistra, dobbiamo continuare ancora a pensare che politico è anzitutto il disegno delle alleanze, il calcolo dei possibili voti, le sottigliezze interessate dei partiti? A furia di credere alle cosiddette strategie vincenti, e di considerare impolitica ogni forma di passione, e ingenuo ogni sogno, la sinistra è nel guado più melmoso della sua storia.





