La condizione di precarietà getta un'intera generazione in uno stato di forte malessere sociale. La situazione è aggravata dalla crisi mondiale che verosimilmente colpirà proprio la parte più debole del mondo del lavoro: dai cococò ai cocopro; dagli apprendisti ai collaboratori; dal lavoro interinale a quello in somministrazione. I numeri complessivi sui precari in transito verso la disoccupazione ancora non ci sono ma basta osservare cosa sta succedendo in alcune regioni industriali del nord: tra ottobre e novembre nel torinese (dati provenienti dai centri per l’impiego) si sono persi, senza i rinnovi dei contratti a termine, quasi 21 mila posti di lavoro. In Veneto i contratti a tempo determinato sono passati da quasi 12 mila a meno di 7 mila. E poi in Emilia Romagna : nel 2008 sono stati assunti con contratto a tempo determinato 109 mila persone , 90 mila di queste scadono nei primi 6 mesi di quest’anno, e quasi certamente non verranno rinnovati. La cosa paradossale è che nell’epoca della “flessibilità” del lavoro il sistema degli ammortizzatori sociali non è ritagliato per “gli atipici”: che non hanno cassa integrazione (perché naturalmente non mantengono il rapporto con la propria azienda) e l’accesso all’indennità di disoccupazione è spesso un tragitto tortuoso perché la legge pone degli ostacoli per chi non ha avuto un rapporto di lavoro standard senza interruzioni.
Ora mi sembra evidente che se da una parte c’è la necessità di ripensare un modello economico/ finanziario e di sviluppo differente, che riesca ad uscire dalla logica della “speculazione a tutti i costi” e dei “crediti” trasformati in prodotti finanziari da riciclare. Dall’altra parte bisogna però pensare ad un sistema di diritti e tutele che accompagnino al mondo dei nuovi lavori, bisogna pensare ad un sistema di ammortizzatori sociali che riescano a dare un minimo di garanzie ai 5 milioni di precari italiani. Parlare per esempio di reddito di cittadinanza, in un momento di crisi come questo, non deve essere più un taboo: pensare, ad esempio, ad una forma di erogazione durante gli stati di discontinuità di reddito, tra un rinnovo contrattuale ed un altro ed in casi di inattività lavorativa prolungata, sostituendosi agli attuali sussidi di disoccupazione (difficili da ricevere per i lavoratori precari). L’Italia insieme alla Grecia è l’unico stato europeo che non prevede forme di integrazione del reddito, ma prevede attraverso l’imps, solo la cassa integrazione ed il classico sussidio di disoccupazione per i dipendenti licenziati.
Negli ultimi anni alcune forme di reddito di cittadinanza sono state attivate in diverse regioni Italiane, quella più conosciuta per la sua portata è l’esperienza della Campania . Il progetto del 2005, anno della sua introduzione, ha coinvolto oltre 18.000 famiglie con un reddito inferiore a 5000 euro annui , residenti da almeno 60 mesi sul territorio regionale, distribuendo loro la somma di 350 euro mensili. Una forma di sostegno, insomma, che può essere utile a tutti quei ragazzi costretti a passare da un contratto all’altro (con momenti di inattività lavorativa e quindi di discontinuità del reddito).
Spendo inoltre due parole sulla proposta delle 35 ore lavorative il cui senso si può racchiudere all'interno dello slogan “Lavorare meno lavorare tutti” ma che in questo momento non riesco a condividere. Proprio su questo argomento è interessantissimo l'articolo di Luciano Gallino uscito pochi giorni fa su Repubblica . Il sociologo italiano sottolinea come storicamente l'idea di lavorare meno ore al giorno e alla settimana è stata avanzata più volte per scopi pressoché opposti. Da una parte per migliorare la qualità della vita di operai e operaie, ridurre la fatica della giornata lavorativa e avere più tempo per la cura dei bambini e per la vita famigliare. Dall'altra parte la riduzione di orario e l’aumento degli stipendi portavano un vantaggio per l'azienda stessa: operai più riposati e meglio pagati erano in grado di lavorare meglio e (secondo la visione di Henry Ford ) avrebbero potuto comprare il prodotto che essi stessi producevano. Oggi la situazione è cambiata lo scopo di lavorare meno ha cambiato faccia: in luogo d’una migliore qualità della vita per la massa di lavoratori, la riduzione delle ore lavorative ha la necessità oggi di contenerne il peggioramento di fronte alle pressioni dell’economia globalizzata. Quindi si propone di lavorare meno, non più a parità di salario bensì a salario ridotto. E in un momento in cui arrivare alla fine del mese rappresenta un’impresa per molti, la proposta di lavorare e guadagnare meno non mi sembra per niente attuale.
Sinistra Siena Forum » Generale
CRISI E PRECARIETA'
(1 articolo)-
Pubblicato 1 anno fa #
Replica
Devi aver fatto il login per poter pubblicare articoli.