Lontani da chi lavora. Il rischio di trasformarsi in casta
Lorenzo Mazzoli*, 02 febbraio 2009, 11:22
Il tragico errore della firma separata. Il sindacato, come qualsiasi soggetto di rappresentanza, se perde il legame in basso è destinato ad indebolirsi e perdere la sua funzione. Quanti avranno lavorato per piegarne la forza, anche conflittuale, avranno infatti gioco facile nel farne a meno quando lo decideranno. Per questo lo sciopero generale con manifestazione a Roma del febbraio promosso da FP e FIOM è un appuntamento "storico"
Quando si rinuncia a consultare coloro che si rappresenta, non soltanto si viola un'etica democratica, ancor di più, per le ricadute sostanziali di tale scelta, da un lato si compie un salto nel vuoto della legittimazione presunta (e dunque debolissima), dall'altro ci si allontana irresponsabilmente dalle persone che, soprattutto in questa fase di crisi economica, sociale e valoriale, avrebbero bisogno di sentire vicini coloro che dovrebbero tutelare i loro diritti e gli altrettanto importanti legittimi interessi.
Così si tagliano prima i rami su cui si sta seduti e subito dopo vengono recise le radici stesse del sindacalismo confederale fin qui conosciuto. Non è una riedizione al ribasso della concertazione, è semplicemente un patto neo corporativo in cui la mediazione è affidata in alto (alla casta) in una logica di scambio che inevitabilmente è al ribasso (per chi lavora).
E' così banale da capire, che sembra assurdo ciò che è accaduto. Ed è inaccettabile l'assurda resistenza a non programmare un calendario fitto, fitto di assemblee per spiegare i contenuti nei posti di lavoro e registrare se quanto si è pensato in nome loro è ciò che si aspettavano milioni di lavoratrici e lavoratori.
L'assunzione di responsabilità di fronte ad una scelta fa parte dell'onere di un ruolo, ma quando tale scelta riguarda milioni di persone, dunque non è personale, c'è un punto d'onore a cui non si può derogare: si mette la faccia dinanzi a coloro per i quali si è trattato, si spiegano il merito dell'accordo e le ragioni che hanno portato a tale conclusione, si ascolta, ci si confronta, si registra l'orientamento attraverso anche la certificazione di un voto ed infine si decide.
La decisione democratica non può fare a meno della partecipazione, tutto ciò che si fa senza rispettare questo principio di sopravvivenza della legittima rappresentanza, costituisce una "violazione naturale" del diritto a contrattare erga omnes. Si può anche decidere diversamente dal parere della maggioranza di chi si rappresenta perché la valutazione di un contesto può portare anche a questo, ma non si volta mai le spalle.
Qui non è in gioco l'onorabilità di alcuni (ognuno si comporti come crede e per questo sarà valutato), ma l'esistenza stessa di una funzione indispensabile di rappresentanza sociale. Che cosa ha portato allo sconvolgimento della politica trasformandola in casta se non l'allontanamento dai luoghi della partecipazione diffusa, dall'umiltà di confrontarsi con la "normalità" delle condizioni di vita delle persone, delle loro aspirazioni, delle loro incertezze, delle loro frustrazioni, delle loro speranze di contare nel determinare le scelte? Quando si rappresenta interessi generali, non ci si può limitare a confrontarsi con il proprio gruppo dirigente e non è sufficiente rivolgersi ai propri iscritti. Peraltro così è sempre stato fatto in occasioni simili.
Il sindacato, come qualsiasi soggetto di rappresentanza, ma soprattutto il sindacato, se perde il legame in basso è destinato ad indebolirsi, trasformarsi in "castina" e poi perdere la sua funzione perché quanti avranno lavorato per piegarne la forza, anche conflittuale, avranno gioco facile farne a meno quando lo decideranno. Anche in quel caso si è utili, purtroppo soprattutto per i poteri forti.
Non si accusi di forzatura se di fronte alla richiesta avanzata a CISL e UIL di fare assemblee comuni nei posti di lavoro e queste dovessero rifiutare, la CGIL procederà, doverosamente, per proprio conto. Ed è strano che molti di coloro che parlano di primarie per garantire maggiore democrazia nel proprio partito o coalizione balbettino confusamente di non condividere questo orientamento. Lo capirei solo se pensano che il sindacato sia "minus" rispetto alla politica, ma allora è anche più grave.
E' in atto una crisi economica e produttiva sconvolgente e milioni di lavoratrici e lavoratori, di pensionate e pensionati subiranno gli effetti più duri di questo uragano: c'è bisogno della massima unità del mondo del lavoro per poterne attenuare gli effetti più nefasti ed offrire un terreno collettivo di tenuta, evitando che ognuno si senta solo. E' una priorità. Altro che IPCA depurata, derogabilità alle norme, riduzione del diritto di sciopero, correzione dei coefficienti ed aumento dell'età pensionabile. Bisogna andare in direzione opposta.
Il Governo è sordo e cieco e troppi parlano (alla CGIL) di sfida all'innovazione pensando che con la tattica verbale si possa galleggiare. C'è bisogno di altro: prioritariamente di credibilità, di parole che non siano vuoti pneumatici, di atti che possano suscitare emozione, motivazione, fiducia nel futuro.
E stare in campo, essere visibili con le proposte e con le persone che devono ritrovare coraggio ed ascolto.
Si è tanto parlato dello sciopero generale e manifestazione a Roma del prossimo13 febbraio promosso da due categorie della CGIL: Funzione Pubblica e FIOM. In bene, perché è una forte risposta a ciò a cui prima ho fatto cenno; con dubbio perché fuori dagli schemi della prassi sindacale che ha sempre promosso iniziative per blocchi: industria, pubblico impiego, servizi.
Consapevoli della "non ortodossia" dell'appuntamento, quello che è stato assunto come slogan "unità anticrisi" con le parole d'ordine "La dignità del lavoro è un bene pubblico, basta precarietà + salario + diritti, legalità" è un appuntamento "storico" di tutti e così deve essere vissuto dentro e fuori la CGIL.
Centinaia di attivi ed assemblee nei posti di lavoro tra le due categorie, ha portato ad una più forte confederalità a fronte di riscontri assai confortanti nel trovare le "ragioni comuni", uscendo dall'ideologia dei "luoghi comuni" che vorrebbero privati contro pubblici e quest'ultimi nullafacenti e corporativi.
E' un cambio di fase culturale da incoraggiare: anche per queste vie si offrono alternative al pensiero debole dominante. Ed anche coloro che con arroganza ovvero con superficialità ovvero per calcolo politico si cimentano in lezioni di riformismo o conservatorismo dovrebbero capire che sta passando tanta acqua sotto i ponti e che certe idee "neo" liberiste appartengono, queste si, all'archeologia ideologica. Basta guardarsi intorno e vergognarsi un po' per le tante stupidaggini dette in questi anni.
A Piazza San Giovanni e nei tre cortei che attraverseranno Roma il 13 febbraio, c'è posto per tutti coloro che condividono valori di equità, giustizia sociale, unità e forza del mondo del lavoro.